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Nova Schola Cantorum Basilica Cattedrale Nepi

I nostri luoghi

 

Numerosi sono i luoghi nei quali si svolgono le nostre attività nepesine. Ve ne presentiamo solo alcuni, che per storia o natura, caratterizzano o hanno caratterizzato le vicende che ci hanno visto e ci vedono protagonisti.

L’ex Palazzo vescovile

Sede dell’antica diocesi di Nepi, poi accorpata nel 1435 con quella di Sutri. La diocesi venne unita a quella di Civita Castellana nel 1986. Il palazzo divenne allora sede dell’archivio diocesano ed al piano nobile, della Scuola comunale di musica. Qui ha sede la “Nova Schola Cantorum dal 2011.

L’edifico nelle sue forme attuali, risente dei restauri voluti dal vescovo Giuseppe Bernardo Doebbing nei primi anni del XX secolo. Coeva è pure la cancellata, posta sul fianco destro della Cattedrale, finacheggiata da pilastri su cui sono poste le due statue marmoree dei patroni della città: I santi Tolomeo e Romano.

Le semplici linee architettoniche del palazzo vescovile, gli conferiscono all’esterno monumentalità, accresciuta dall’ampio giardino che lo circonda.

 

Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta

La Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, o più semplicemente il "Duomo". Secondo un'antica tradizione sorgerebbe nel luogo un tempo occupato dal tempio pagano dedicato a Giove. Vero è che nelle adiacenze si trovava il foro di epoca romana. Scavi condotti nell'area dell'ex Vescovado, attiguo alla cattedrale stessa, hanno attestato il persistere del carattere socio-religioso di questa parte di città in questi ultimi due millenni di storia. Un primo edificio di culto era già presente nel V secolo. Saccheggiato e distrutto nel 568 durante le guerre tra Longobardi e Bizantini, era di nuovo funzionante nel IX secolo. Ingrandita e abbellita nell'XI e XII secolo, si arricchisce in questo periodo della splendida cripta. Illustri Vescovi di questa Cattedrale sono stati San Pio V (1556/61) e San Carlo Borromeo (1564), Amministratore Apostolico della Diocesi di Nepi e Sutri. Tra il 1680 e il 1752, vengono aggiunte la IV e la V navata. Il 2 dicembre 1798 l'edificio viene incendiato dalle truppe Napoleoniche. Ricostruita nuovamente tra il 1818 e il 1840.

All’esterno, la facciata è caratterizzata dallo splendido portico,Costruito alla fine del XV secolo. È costituito da tre archi a tutto sesto con due colonne di granito. Il cornicione posto un tempo appena sotto la coperture, successivamente rialzate, mostra motivi tardogotici. Nelle pareti del portico sono murati frammenti marmorei di epoche diverse, tra cui: lapidi, un frammento del primitivo pavimento cosmatesco (del 1266) in opus alexandrinum, un cippo di epoca romana, un sarcofago di età imperiale con scene della caduta di Fetonte. Rimarchevole l'epigrafe riportante il primo patto comunale di Nepi, risalente all'anno 1131.

L'interno si presenta a pianta basilicale, con le sue ampie cinque navate divise da pilastri. Un alto presbiterio, si innalza al di sopra della cripta. Il pavimento, risale al 1901. Sontuoso e suggestivo è l'interno, ricco di affreschi realizzati da Domenico Torti e dal Di Mauro (seconda metà del XIX secolo), raffiguranti episodi della vita di Maria Vergine. Nella volta invece è raffigurata la Incoronazione di Maria fra Santi, fra cui san Pio V, che fu vescovo di Nepi, I Santi patroni Tolomeo e Romano e Santa Savinilla. Murata accanto alla porta d'ingresso, la lapide della consacrazione dell'edificio, risalente al 1266. Nel secondo altare della navata sinistra, il pregevole crocifisso ligneo del 1532/33 di Antonius Ispanus.

Il presbiterio absidato è dominato dal gioco prospettico della finta cupola, ove sono rappresentati personaggi della famiglia di Maria di Nazareth (i santi Anna, Gioacchino, Elisabetta, Giuseppe, Zaccaria, Maria di Cleofe, Giovanni Battista), profeti veterotestamentari in certo qual modo connessi con le loro profezie alla figura della Madre di Gesù (Isaia, Mosé, Davide ed Ezechiele), e decorazioni legate alla simbologia mariana. Nel catino absidale è raffigurata la Gloria di Maria assunta in cielo. Al di sopra del coro ligneo vi sono affreschi del Torti con episodi della vita dei Santi Patroni della Città Romano e Tolomeo, vescovi e martiri a Nepi. Al centro dell’abside il Trittico del Santissimo Salvatore del XVI secolo di autore ignoto. Sotto l’altare maggiore, in un sarcofago marmoreo di Ercole Ferrata, sono conservate le reliquie di san Romano. Altre importanti opere d’arte sono conservate nelle navate della chiesa ed in sacrestia, in particolare i due sportelli di un trittico con i santi Romano e Tolomeo del Pastura.

Sotto il presbiterio,la cripta ad oratorium risale all'XI secolo. È sorretta da 24 colonne di spoglio e paraste aggettanti lungo le pareti. Variegatissima la tipologia di capitelli, vero e proprio compendio del bestiario e del simbolismo tipico dell'arte medioevale.

Il campanile invece, venne realizzato nella sua forma attuale nel 1511 da Jacopo Ungarico da Caravaggio, dopo che la precedente torre campanaria in stile romanico-laziale era stata in parte abbattuta. È infatti ancora ben visibile la stratificazione delle murature. Appena sopra il tetto della navata, si nota la muratura medievale, con le due aperture tamponate e parte delle cornici a mattoncini di cotto appena sopra. Si innesta poi la muratura rinascimentale. La torre a tre ordini sovrapposti, consta di un basamento cieco e di due sovrastanti, caratterizzati da ampi archi a tutto sesto, affiancati da nicchie e specchiature. Un tempo una copertura a cuspide completava la struttura. Un fulmine la colpì abbattendola agli inizi del XIX secolo. Al suo posto venne realizzato un semplice tetto a quattro spioventi.

In Cattedrale, il nostro coro anima le maggiori liturgie solenni, quali Pasqua, le Sante Cresime, le feste patronali, Natale e la Messa del Te Deum.

Chiesa di San Giovanni decollato

Sia la chiesa che gli ambienti annessi, vennero edificati nel 1564 ad opera della Venerabile Confraternita di San Giovanni Decollato, la quale tuttora ne è proprietaria e custode. L'intera struttura è stata negli anni ottanta del secolo scorso, restaurata e riaperta al culto, dopo che per lunghi anni, la chiesa aveva subito crolli e abbandono. La chiesa fu costruita e concepita per ospitare l'omonima Confraternita e per svolgere quella che fino a qualche decennio fa era la principale funzione della Confraternita stessa: recuperare i cadaveri di coloro che erano morti in aperta campagna. Oppure dare degna sepoltura a coloro che non potevano permettersela o a chi non ne aveva diritto, come i condannati a morte per certi gravi reati. Per questa sua macabra funzione è anche conosciuta come chiesa della Bonamorte o della Misericordia.

La facciata molto semplice, è scandita da quattro lesene a sostegno di un ampio timpano triangolare. Sulla trabeazione corre la scritta DIVO IOANNI BAPTISTAE PRAECURSORI, ET MARTYRI MDCCCL (San Giovanni Battista precursore e martire 1850). La data indica l'anno in cui la facciata venne definitivamente terminata.

L'interno ad aula unica, con presbiterio rialzato da due gradini in peperino, mostra ancora intatta la struttura tipica delle chiese sorte nel periodo e nello spirito della controriforma. Lungo le pareti, si notano ancora i resti della precedente decorazione pittorica ad affresco, della seconda metà del XVI secolo. Tre altari lignei dei primi del XVII secolo ne arricchiscono l'interno.

L'altare principale, posto nella zona presbiteriale, è dedicato al Santo titolare. Purtroppo molto rovinato, è però interessante per aver mantenuto ancora l'originale colorazione azzurrina, intervallata da parti dorate. Due colonne scanalate sorreggono il timpano spezzato, al centro del quale è posto lo stemma della Venerabile Confraternita, la testa del Battista nel vassoio, da cui si irradiano raggi di luce. Al centro dell'edicola si ammira l'ampia tela, raffigurante la decapitazione del Battista. La pregevole opera di cui rimane anonimo il pittore, è coeva all'altare. In primo piano la scena principale si svolge all'interno di una lugubre prigione. Al centro della composizione la testa recisa di San Giovanni tenuta per i capelli dal boia, il quale con l'altra mano tiene la spada ancora sguainata. Dall'altra parte la figura di Salomè gli porge il piatto d'oro. In basso il corpo acefalo del Santo, dal cui collo reciso esce copioso sangue. A destra il compatto gruppo di figure muliebri e di un paggetto. Si riconosce Salomè, riccamente vestita e la madre, rappresentata come una truce anziana che assiste soddisfatta alla scena, mentre si strofina le mani. Tutt'intorno altri personaggi secondari fanno da corollario. A sinistra dietro il boia, gli altri carcerati assistono sconvolti all'esecuzione. Impassibili invece appaiono gli altri soldati presenti. A destra fa da contraltare l'orrore contenuto e composto del gruppo dei cortigiani. In alto due angioletti portano in cielo il bastone del Santo con un cartiglio recante la scritta "Ecce Agnus Dei". Sullo sfondo la prospettiva si apre su un'ampia sala dove è imbandito il banchetto di Erode, che procede indifferente al dramma. Un primitivo altare, si conserva tuttora dietro all'apparato decorativo attuale. Un grande affresco della seconda metà del Cinquecento, posto all'interno di una nicchia, raffigura ancora una volta la decollazione di San Giovanni. Ignoto è l'autore, probabilmente di scuola locale. Nell'intradosso della nicchia, tutta una serie di decorazioni fitomorfe completano l'apparato. Ai lati dell'altare, due porte danno accesso agli altri ambienti, mentre lateralmente si trovano gli scranni lignei dove in passato sedevano i Confratelli per compiere le varie orazioni quotidiane. A destra dell'altare, su di un semplice basamento, si venera la statua della Madonna di Santapace. La statua in gesso, risale alla fine del XIX secolo. Magnificamente rappresentata come regina, la Vergine reca in braccio il Bambino, con il quale è in atteggiamento di dialogo. Restaurata anni fa, è stata donata da privati a questa chiesa e qui esposta alla venerazione. Sempre nella parte destra, appoggiato al muro, il grande stendardo della Misericordia, realizzato nel 2004 dall'artista Confratello Giovanni Di Lorenzo. L'opera alta oltre quattro metri, è stata realizzata componendo velluti colorati, mentre la scultorea asta è in acciaio. Viene portata per le processioni principali dell'anno, insieme allo stendardo storico della Confraternita.

Scendendo dal presbiterio, sono due gli altari che specularmente fiancheggiano l'unica navata. Quello di destra, è dedicato alla Madonna di Costantinopoli. In passato qui esisteva un precedente altare consacrato a Santa Elisabetta, di cui si conserva tuttora l'affresco dietro all'attuale tela. Nei primi anni del Seicento, due nobili nepesini decisero di far realizzare l'altare ligneo policromo e dorato in cui posero l'immagine su tela della Madonna di Costantinopoli, sempre da loro commissionata ad un ignoto artista. Le linee dell'altare, probabilmente realizzato dalla stessa bottega di quello principale, sono molto più semplici, ma al contempo più ricca risulta essere la decorazione scultorea, con girali fitomorfi a bassorilievo. Ricca e variegata la policromia, benché andrebbe condotto uno studio più approfondito finalizzato alla definizione della sua conformazione originaria e delle manomissioni e restauri più o meno consoni dei secoli successivi. Dei tre altari presenti in San Giovanni, questo risulta essere il più deteriorato, soprattutto nella parte superiore. Due agili colonne scanalate reggono il timpano semicircolare, che incornicia il cristogramma IHS, sormontato da una croce.

La Madonna di Costantinopoli, una delle immagini mariane più venerate dal popolo nepesino, a cui ogni anno (la seconda domenica di maggio) si tributa la festa della Madonna "dei Matti", nome con il quale essa è "volgarmente" e popolarmente conosciuta. Dipinta su tela agli inizi del Seicento, essa raffigura l'apparizione della Vergine e del Bambino a due monaci in fuga da Costantinopoli, appena conquistata dai turchi. La tavola che i due religiosi recano sulle spalle, rappresenta infatti la cassa nella quale essi stanno portando in salvo l'icona dalla furia iconoclasta mussulmana. Sullo sfondo, la città di Vieste sul Gargano, assediata dalle navi saracene e miracolosamente salva per intercessione proprio della Vergine di Costantinopoli. L'opera è stata restaurata nel 2006 dall'Istituto di restauro della Provincia di Viterbo. Dall'altro lato, l'altare dedicato a San Carlo Borromeo. Commissionato dalla famiglia nepesina dei Celsi, di cui si riconosce lo stemma sul basamento. In tutto e per tutto uguale al precedente altare, differisce però per una più semplice decorazione e per una doratura che lo ricopre quasi completamente, lasciando solo poche parti alla policromia. La tela raffigura San Carlo Borromeo orante, vestito in abiti cardinalizi. Lo affiancano due angeli. In alto una luce divina scende sulla testa del Santo, mentre dalle nuvole si affacciano altri angeli. L'opera, di ignoto artista, mostra tutta la sua semplicità sia compositiva che di esecuzione. Caratteristico è il ritratto del Santo, il quale aveva ricoperto in vita il ruolo di Amministratore Apostolico dell'allora Diocesi di Nepi e Sutri. Sempre sull'altare esiste un busto reliquiario di poco precedente, che un tempo custodiva la reliquia del Santo stesso e che in passato veniva portata in processione per le vie del quartiere. Sempre nella chiesa, trovasi due altre tele di modeste dimensioni: La prima è una Sant'Orsola ed infine del XVIII secolo la tela raffigurante i Santi Crispino e Crispiniano, patroni dei calzolai. Sulla controfacciata si trova la cantoria sorretta da due tozze colonne. Fu aggiunta durante i lavori di restauro condotti nel XIX secolo, probabilmente intorno al 1850, insieme con la facciata esterna. Su di essa un tempo era installato l'organo, risalente alla fine del XVII secolo, e che ad oggi avrebbe estremo bisogno di urgenti restauri.

Nella Sagrestia o anche detta l'Oratorio, si nota tutto il corredo processionale appartenente alla Confraternita: Lo stendardo, la grande croce "a tronco", quella con tutti gli strumenti della passione di Cristo, il Crocifisso, ed i due lanternoni processionali, con lo stemma della Confraternita a coronamento. Ancora, su una parete della Sagrestia, si può ammirare un'altra tela, ancora una volta una decollazione del Battista, un tempo posta in sostituzione dell'attuale, sull'altare principale. L'autore è un certo Milani, artista attivo a Roma durante il XVIII secolo. L'opera molto deteriorata, è squarciata al centro, rendendo illeggibili le figure centrali. Sulla porta verso la saletta del camino, un'altra tela realizzata dal Confratello Silvio Ottaviani, e donata alla Confraternita nel 2006. Della stessa mano è l'autoritratto con l'abito della Confraternita, visibile appena sotto la grande tela della decollazione. L'intera pavimentazione, sia dell'aula della chiesa che degli ambienti annessi è quella originale in cotto del XVI secolo.

In questo edificio sacro, in cui aveva sede la corale della Confraternita di San Giovanni decollato, poi accorpata alla Nova Schola Cantorum, siamo presenti alle maggiori liturgie dell’anno, quali l’adorazione eucaristica che qui si svolge la sera dil Giovedì Santo, la Madonna di Costantinopoli, Natività di San Giovanni, Martirio di San Giovanni e Festa di tutti i santi, oltre al concerto di Natale che la Confraternita stessa propone ogni anno, per l’inaugurazione del presepe.

Chiesa di San Tolomeo

La Chiesa di San Tolomeo, anche detta del Rosario. Iniziata nel 1543 su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, per poter accogliere le Reliquie dei Santi Martiri, ritrovate all'interno delle Catacombe di Santa Savinilla. I lavori vennero però sospesi nel 1550 a seguito della partenza del committente Pier Luigi Farnese e per la morte del papa Paolo III. Le uniche opere realizzate fino a quel periodo erano le strutture di fondazione delle absidi e del monastero, e la cripta ottagona. Solo nel 1588 i lavori vennero ripresi improntando però un progetto ridotto rispetto al precedente. L'architetto fu Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù, al servizio di Alessandro Farnese presso il suo palazzo di Caprarola. Successivamente vennero impiegati anche l'architetto Giovanni Rosa e Flaminio Ponzio, autore della facciata e del portale. L'edificio fu aperto al culto nel 1606. Nel 1892 venne aggiunta la volta a botte della navata, la cupola sulla tribuna e resa circolare l'abside. Sull'unica navata dell'interno si aprono tre cappelle per lato. Gli altari lignei sono tutti dei primi anni del Seicento. In fondo, la zona presbiteriale, rialzata su alcuni gradini, è delimitata da otto possenti colonne che sostengono la sovrastante cupola. Tre sono gli altari qui posti: quello maggiore, del 1654, conserva le reliquie dei Santi Martiri. Notevole la statua giacente di San Tolomeo, il cui autore fu Giovanni Francesco De Rossi nel 1664. A sinistra invece l'altare della Madonna del Rosario o "Della Vittoria". La grandiosa struttura in legno dorato venne realizzata per racchiudere l'immagine inizialmente su tela della Vergine, il culto della quale si lega con la storica battaglia di Lepanto. Nel 1695 venne posta una statua ancora oggi veneratissima. A destra si trova l'altare dedicato ai Sette Santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria. La tela, del pittore nepesino Sem Rossi, risale al XX secolo, mentre l'altare è del 1632, sempre in legno dorato e originariamente dedicato a San Domenico.

Dalla prima edizione nel 2012, qui la Nova Schola Cantorum di Nepi, organizza la rassegna musicale “Cantiamo con Cecilia”, in onore della Beata Cecilia Eusepi, qui sepolta.

 

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